[BUIO]
[SOTTOVOCE] “Ti uccido.”
Pausa.
[INSPIRA CON STRIDORE, IN RIPRESA D’ARIA.]
Ha lasciato la presa. Mi teneva da dietro, una mano sulla testa, l’altro braccio intorno al mio collo. Chissà perché ho pensato: “che scelta di parole bizzarra. Di solito uno direbbe ‘ti ammazzo’. Perché ha scelto ‘uccido’?”
Ero seduta sul letto, stavo per andarmene. L’ennesima discussione, le mie parole inutili come sassolini lanciati contro una fortezza. Questa volta la gola me la stava serrando l’incavo del suo braccio. Non le sue argomentazioni insormontabili, non le mie spiegazioni sempre insufficienti. E mi ha detto “ti uccido.” All’orecchio, sussurrando come quando facciamo l’amore.
Ha lasciato la presa. Mi alzo mi vesto ve-lo-ce-men-te. Non mi segue. Trovo la porta, esco. Non ricordo nemmeno la strada fino a casa mia.
[LUCE]
Stavolta non potrà rivoltarla contro di me. Stavolta lo deve vedere anche lui che cosa ha fatto, è chiaro lampante lineare, glielo posso dimostrare senza che le parole mi si ingolfino nella mente prima ancora di uscire: eravamo a letto, avevamo discusso, di nuovo mi aveva ricoperta di insulti, di nuovo gli avevo detto di smetterla, e mi ha detto… cosa mi ha detto?… e io ho risposto “e tu conosci solo la violenza”, sì, questo ho detto… ed ecco, mi ha messo il braccio sinistro intorno al collo, da dietro, la mano destra aperta sulla mia nuca, spingendomi la gola contro l’incavo del suo braccio. Ecco (sto tremando), lo so dire, è reale.
E glielo scrivo adesso, che è un mostro, che non voglio più vederlo, che non c’è posto nella mia vita per i violenti. Ecco. Gliel’ho scritto. Questa volta non potrà che ammettere quello che ha fatto. Gesti, non parole. I gesti non può storpiarli. Me lo riconoscerà. Mi chiederà scusa perché stavolta è… come si dice… non mi viene la parola… è inconfutabile che mi ha fatto male. [COME GUARDANDOSI ALLO SPECCHIO] Anche se non mi ha lasciato segni…
Le spunte rimangono grigie. Non ha neanche letto. Dorme…
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Mi sveglia la notifica sul cellulare, è già mattina inoltrata. Otto ore di sonno gli avranno portato consiglio. Mi chiederà perdono, lo capirà, finalmente smetterà di tormentarmi… tutte le altre volte non lo ha fatto perché non ero stata capace di dimostrarglielo.
Ecco… oh, no. No, no, no… è una furia. Mi permetto di essere prepotente arrogante maleducata istigatrice saccente…? Io non urlo mai solo perché sono un’ipocrita, faccio perdere la pazienza alle persone e le porto al limite, nessuno mi vuole accanto, nemmeno i miei amici o la mia famiglia…
No. No. Allora basta. Basta. Me ne vado con quello che rimane della mia dignità, basta. Sì, anche se sono rimasta sola. Glielo scrivo: “Basta. Mi hai persa per sempre, basta. Ringrazia che non ti denuncio. Ma hai finito di raccontare fandonie in giro per salvare la faccia. Dirò a tutti lo schifo che sei e quello che mi hai fatto. Nessuno ti crederà più.”
“Sì, brava. Sei una brava bambina”…? [SCOFFING] Eh. Bambina… ho compiuto 45 anni ieri. Sì, ieri era il mio compleanno.
No, non sono io quella marcia. No, non sei tu che da tempo mi stai dicendo di levarmi dai coglioni. Appena la settimana scorsa ti avevo lasciato io e sei stato tu a dirmi che non potevi, non volevi stare un solo giorno senza di me.
Staresti con la parte bella di me? E quale sarebbe la parte bella di me, tu che dici che se mi tolgo dai piedi faccio un favore alla società? Non hai capito, è finita. E no, non sono pronta ad aprire le cosce al prossimo già da domani. I tuoi amici mi avevano messa in guardia, me lo dicevano che avrei dovuto mandarti al diavolo alla prima volta che mi hai aggredita… Non l’ho voluto fare sinora perché volevo credere che fossi migliore delle mostruosità che hai subìto da piccolo e perché ti amo. Ma tu non vuoi essere altro che questo, e ti sei giocato anche me. No, non è rancore da “emancipata del sud”; è il rispetto per me stessa che mi fa dire basta.
Sì, basta… anche se ti amo. Tanto, poco, troppo, bene, male, da adulta, da adolescente, guardando al futuro e restando inchiodata al passato, fidandomi ciecamente e diffidando, ragionando e sfinendomi, sfinendoti, sfinendoci.
Mi ami anche tu… mi ami ancora?
Non sono la persona giusta per te. Posso amarti all’infinito ma la mia presenza nella tua vita a quanto pare è solo un macigno. Non posso continuare a sfinirmi e sfinirti per costringerti ad amarmi per quella che sono, o per diventare qualcosa che non sono pur di essere amata da te. Avrei dovuto accettarlo fin dall’inizio ma si sa, il cuore è spesso sordo… Ti amo e ti amerò sempre – nel mio modo “sbagliato” o come lo si vuol definire…
Mi dici che “l’amore è unico non c’è uno buono o uno sbagliato” e “se ci si ama in maniera giusta e sana …si sta bene..”
Io non lo so dov’è che si è spezzato l’ingranaggio, fatto sta che non funzioniamo… non è quello che voglio: no, non lo è affatto, anzi. Lasciarti mi devasta, ma mi strazia ancora di più sapere che ti ho solo saputo far stare male.
Ti manco. Anche tu, certo che mi manchi, mi manca ciò che siamo stati…
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Mi ricordo come eravamo, lui ed io. Era appena un anno fa. Ricordo i suoi buongiorno, immancabili, puntuali ad aspettarmi al risveglio ogni singola mattina. Anche quando eravamo lontani era come se respirassimo all’unisono. La sua presenza era calda e rassicurante, come quando senti il sole sulla schiena il primo giorno dopo l’inverno. Esistevo – anzi no, vivevo. Ero viva, presente, una cascata di energia e creavo, scrivevo… le parole erano gioielli perfetti, incastonati nelle emozioni. E dipingevo, anche, con occhi acuti e liberi sapevo indovinare ogni sfumatura, ogni proporzione… era lui il mio stato di grazia, e mi accompagnava ad ogni passo. Era così fiero di me, delle mie due lauree, gli anni all’estero, la mia carriera accademica. Gli brillavano gli occhi quando lo ripeteva agli amici. Inventavamo i momenti liberi come funamboli noncuranti del vuoto – e quante volte abbiamo fatto follie, come ragazzini che bigiano la scuola!
Ricordo le nostre conversazioni interminabili, quel bisogno di fonderci con le parole ed i pensieri, scoprire come i suoi gusti si abbracciavano con i miei, coincidevano immancabili uno dopo l’altro. Il mio corpo era un tempio dedicato a lui soltanto ed ero donna, finalmente intera, finalmente al mio posto. Quando ballavamo eravamo in perfetta armonia con l’universo, come se la gravità non fosse affar nostro.
Ovunque era magia: le canzoni, le poesie, ogni racconto d’amore era diventato nostro e la gioia di esserci trovati era folle e reciproca. Era l’amore della vita e finalmente mi aveva abbracciata. Non smetteva mai di ripetermi quanto l’inebriava sentirsi all’altezza del mio amore, così intenso e profondo. Eravamo invincibili.
Ero la sua grande scoperta dopo le delusioni delle altre. Mi parlava spesso delle sue ex e sentiva di poterlo fare perché io, diceva, ero “ad un livello superiore”, non mi ingelosivo – e che bisogno ne avevo? Ero la sua regina, intoccabile dai ricordi o dai ritorni. E ogni volta gli dimostravo la mia stabilità, quando non lo assillavo se ogni tanto ritardava o non mi rispondeva fino a sera. Sbarravo la strada ai miei sospetti infantili ed ero orgogliosa della mia capacità di lasciarlo respirare e volare, lui creatura d’indole libera.
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Dove ci siamo persi? Quando ho mollato tutto e mi sono trasferita nella sua città? O quando lo stress del mio divorzio e del trasloco mi ha resa debole e triste e il mio corpo si è irrigidito? E ho perso allora il confronto con… come si chiamava? Silvana… ma non era quella che lui chiamava l’uomo lupo per via delle braccia pelose? Quell’arpia che lo prendeva in giro per come baciava?
No, magari ricordo male io. Baciare… ecco sì, adesso ricordo dove ci siamo “scollati”. Quando ho disimparato a baciarlo. Me lo spiegava l’altra sera, mi ha preso il mento tirandomelo in fuori “perché tu mi pianti il naso in faccia, fai così, da brava.” Lo sentivo così innaturale, quel movimento… devo essere veramente imbranata. Mi ha mandato un tutorial da guardare. Che imbarazzo… mi ha proibito di baciarlo finché non imparo.
Ma io continuo a desiderarlo come allora. Forse sono regredita, come dice lui sono diventata infantile e pesante. E lo vedo sempre più cupo, sempre più infelice, sempre più irritabile.
Mi sento morire quando i miei difetti lo infastidiscono; però a volte esagera, diventa troppo aggressivo e io allora mi faccio sentire, gliene dico quattro… ma lui sa vedere oltre: la mia rigidità nell’esigere le sue scuse non aiuta. Bisogna anche capirci, non pretendere che sia lui a capire me e basta.
Però lui mi ama, me l’ha detto, e mi chiede di salvare la nostra relazione.
- “Risana il rapporto, il resto verrà da sè.”
- “Prendi in mano questa relazione per dio, o perderai tutto!”
- “Se vedi che con me stai male… e vedi che io sto male… forse non mi ami abbastanza.”
- “Sii la donna adulta e sicura di sé che mi hai mostrato all’inizio, non quest’ameba che non sa neanche comunicare!”
- “E sorridi, maledizione!”
Non riesco sempre a sorridere, a volte le sue parole sono troppo dure; a volte non riesco a spiegarmi e lui non sopporta quando non riesco a trovare le parole e gli faccio perdere tempo.
A volte non sono in grado di reggere la solitudine, soprattutto nei weekend, e mi arrabbio, e mi lamento che non passiamo abbastanza tempo insieme, che non risponde ai miei messaggi, che gli si spegne sempre il telefono. Ma ha così tanto da fare che da solo non riesce a star dietro a tutto ed una compagna sa anche aiutare ad alleggerirle il carico. E così io faccio.
Il suo lavoro ha ritmi forsennati, me l’ha detto fin dall’inizio e non ha il tempo di badare alle minuzie. Scherziamo sempre su come ci compensiamo, lui ed io: lui ha la velocità della visione d’insieme, io ho la precisione rallentata da autistica, dice lui, e sono brava a sistemare le sue email, correggere le presentazioni, controllare che abbia messo tutto in borsa quando va via per lavoro, prenotargli un albergo adeguato. Mi manda sempre la foto della camera.
Me l’ha mandata anche quella volta che avevamo litigato perché proprio prima di partire aveva cambiato idea e non voleva più che andassi con lui. Credo che c’entrasse la sua collega Erica e quella volta mi ero infuriata, volevo delle spiegazioni. “Sei nell’età dei ‘perché’”, mi ha detto. Che imbarazzo, alla mia età essere così insicura.
E mi sento in colpa perché anche lui fa tanto per me, tantissimo… mi fa spesso dei regali, anche costosi… e quando fa qualcosa per me mi fa vibrare il cuore, è come se tornassimo ai primi tempi quando non respiravamo l’una senza l’altro, quando il desiderio ci divorava…. chissà…
Niente da fare. Non ho saputo dosare e sono diventata una tuttofare, altro che sensuale. Le nostre conversazioni sono diventate un elenco di faccende domestiche. Non so creare l’atmosfera, sono sempre presente per aiutarlo e mi rendo sempre utile, ma il romanticismo è un’altra cosa.
Eppure io lo so come essere romantica… ti ricordi la nostra poesia…
- “Avvicinatevi all’orlo”, disse.
- “Non possiamo, abbiamo paura.”
- Si avvicinarono…lui li spins…”
Sì, certo, adesso non è il momento. Scusa. Sono inopportuna e fuori luogo, non hai neanche ancora preso il caffé… scusa, avevo aspettato fino alle undici per… hai ragione, scusa. Non dovevo farti pressione. Con tutto quello che hai per la testa… no, ti prego, non ricominciamo, ti ho chiesto scusa…
Ha chiuso il telefono. Spento. Mi manca l’aria. È insopportabile quando mi punisce così. Come ho potuto ridurmi in questo stato? Basta. Stavolta no. Non cedo più. E che diamine.
“Ma dai, non stare sola a Capodanno! Lui ti aspetta, l’ha detto a me, ci sta male che te la sei presa così tanto perché avete bisticciato… dai, non essere intransigente al solito tuo. Un po’ di maturità, su. Nella coppia le colpe non sono mai da una parte sola, lo sai. ”
Mi apre la porta, sento la musica e le risate dei suoi amici. Ha le labbra fresche, umide di prosecco. Mi vede, mi stringe, finalmente torno ad esistere. Non importa, non fa nulla, sono di nuovo nei suoi occhi, va bene così.
Restiamo così, ti prego. Mi comporto bene, te lo prometto. Tornerò ad essere la donna di cui ti sei innamorato follemente, portandomi via dalla mia non vita, dal mio matrimonio finito. Saprò seguire le linee che hai disegnato per me donna colta, adulta, senza incertezze, abile dentro e fuori dal letto come dici tu. Torniamo come allora.
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Ieri era il mio compleanno. 47 anni.
Mi ha lasciata definitivamente sei mesi fa.
Ci siamo lasciati esattamente dodici volte. Me le ricordo tutte. Mi ricordo quando siamo andati a ballare ma io mi sono bloccata e l’ho fatto infuriare. Quella volta che ho detto ad alta voce la parola “veterinario” davanti al suo gatto malato. Quella volta che ho messo la pasta sul piatto di portata sbagliato e mi ha schiacciata tra il tavolo ed il muro. Quella volta che lo stavo aiutando a preparare il suo convegno e mi ero arrabbiata perché non è arrivato all’appuntamento e aveva il telefono spento. Quella volta che volevo che mi accompagnasse a fare la biopsia e mi ha detto “tu non sei nessuno, non vedo perché dovrei esserci per te.”
Ma è sempre tornato, sempre. Con quel suo abbraccio avvolgente, la sua voce calda a proteggermi dal gelo. Tante volte mi ha detto che anche lui mi ama, quando non appesantisco il rapporto, quando non gli rovino la giornata con le mie fragilità e il mio vittimismo.
Dall’ultima volta no, non me l’ha detto più. Ma noi non abbiamo bisogno di troppe parole.
Ci continuiamo a frequentare, ho imparato ad essere leggera e non tormentarlo con le mie insicurezze e così ogni tanto facciamo l’amore, andiamo qualche fine settimana fuori. [SORRISO AMARO]. Sì, mi sposto e accomodo e non lo faccio infuriare… mi scuso subito, sono composta e adulta. Quando non lo guardo negli occhi, ad esempio: lì sbaglio perché, come mi ha insegnato lui, non gli do l’attenzione giusta e invece devo essere più diretta e rimediare alla discrepanza tra il mio linguaggio verbale e quello del corpo.
Ho ancora qualche difficoltà a letto. E non ho più imparato a baciare, ma a lui va bene anche senza.
Mi promette che se mi comporto bene torneremo insieme… Annamaria, dice, è solo un’amica – ogni tanto si comporta in modo strano, invadente, mi dice, gli salta addosso ma lui non la vuole e quando rimane a dormire da lui non fanno niente.
Io comunque ho un ruolo insostituibile. Conosco la sua vita, il suo lavoro, la sua casa come nessun altro e quando ha bisogno comunque si fida solo di me. Mi lascia computer e telefono, io ne faccio un punto d’onore: non ho mai sbirciato. Mai. Nemmeno per sbaglio. E lui me lo dice, senza di me si sentirebbe perso. Che so sempre come risolvergli i problemi. Ed io respiro quando me lo dice. Ovvio che lo so. Lo osservo come un dio, conosco tutte le sue abitudini, dove lascia il portafogli, dove dimentica sempre gli occhiali, dove cercare le sue chiavi di casa.
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Ieri era il mio compleanno. 50 anni.
Siamo una bella squadra, lui ed io. Non litighiamo quasi più. Sono in psicoterapia da quasi tre anni e anche lui vede che sto migliorando, anche nel comunicare. Riesco a stare settimane intere senza sentirlo. Mi aiuta tanto la corsa, l’ho scoperto per caso: quando mi prende l’angoscia vado, un piede davanti l’altro, un piede davanti l’altro e la presa al cuore si allenta, e così non lo tartasso di messaggi.
Ha cominciato a presentarmi ai suoi nuovi amici.
Stasera andiamo a prendere un aperitivo con i suoi amici di Milano. Non vedo l’ora! Non berrò però, devo guidare e poi non sono più abituata a bere, esco molto poco, le mie ex amiche non le cerco neanche più ormai da tempo.
Fa un freddo… forse non sarei dovuta uscire, fino all’altro ieri avevo la febbre alta… ma non potevo dirgli di no, non ci vedevamo da settimane. C’è troppo vento, gli dico, vado avanti a prendere la macchina.
Perché sta urlando? “Terrona di merda ladra”? Ha bevuto di nuovo… La gente per strada ci sta guardando. Ti prego, smettila. Sono solo andata avanti a prendere l’auto, ho freddo… attraverso la strada, resta indietro. Lo sento gridare sempre più forte, la vergogna e l’ansia mi salgono dentro come acido… cammino ve-lo-ce-men-te, un piede davanti all’altro, un piede davan… Mi fermo. Respiro. La sua voce è un rumore molesto, volgare.
Ma come si permette?
Sai una cosa? Torna a casa con i tuoi amici. Sì, sì, crederanno a te, non a me, perché sono i tuoi amici. Vai pure.
Non hai alcun potere su di me.
[IL CELLULARE VIBRA. LO POGGIA A FACCIA IN GIÙ E LO LASCIA VIBRARE.]
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Ieri era il mio compleanno. 51 anni.
Il suo numero è bloccato dall’anno scorso.
Ho corso la mia prima mezza maratona quest’anno. In palestra abbiamo fatto squadra, ma a correre insieme non ci vengono ancora. Ho appeso le medaglie accanto allo specchio. Mi piace quello che vedo.
Ieri la mia amica Elena mi ha portata al mercatino di Natale. Un freddo… “Non è un compleanno senza la torta… ecco!” Un plum cake con una candelina rosa piccola piccola. Ma dai, Elena, ti sei ricordata! Ma grazie, non dovevi… Ci vuole un accendino, io ho smesso di fumare… Scusi, ha mica da accendere? Grazie…”
“Aspetta, tieni il plum cake che faccio schermo con la mano… ecco. Grazie a lei!”
Gli altoparlanti sputano a tutto volume “So here it is, Merry Christmas Everybody’s having fun…”. Mi ricorda quando vivevo a Londra.
Elena attacca: “Tanti auguri a teeee…” La signora dell’accendino canta pure lei. Ha gli occhi grandi, grigi.
“Esprimi un desiderio!”
[SOFFIO.
BUIO.
ESPIRA]
[SUSSURRATO, COME A SE STESSA] Sono viva.





