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Laura Alfisi

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Perché non lo lasci?

di Laura Alfisi – Volontaria La Voce per Eco ETS

Toccare il miraggio: perché è così difficile uscire da una relazione d’abuso narcisistico

Per chi, come me, è sopravvissutǝ ad una relazione d’abuso con un soggetto con disturbo di personalità narcisistica (o con tratti narcisistici spiccati), questa domanda in tutte le sue varianti è stata la litania di un’agonia durata mesi, se non anni.

Anni di insulti, umiliazioni, aggressioni verbali, menzogne, tradimenti, triangolazioni, silenzi punitivi alternati sadicamente a briciole di attenzione, ombre sparute dell’amore assoluto, sovrumano, perfetto vissuto appena pochi mesi prima e ormai brutalmente negato. Anni di abusi resi indicibili dalla “nebbia cerebrale” che impediva di trovare le parole, le frasi, gli aggettivi. Anni di confusione, di dissonanza cognitiva, di isolamento alienante; anni in cui la gola si è chiusa, il respiro si è fatto affannoso, il corpo goffo e malato, lo sguardo spento.

L’identità erosa, l’impotenza interiorizzata, l’ansia e il terrore unici fedeli compagni ad attendere, ogni mattina, il momento di accendere il cellulare. E l’immagine restituita dallo specchio che diventava sempre più distante da quella vitale e sorridente di un tempo neanche troppo lontano.

Anni di nostalgia straziante, a leggere e rileggere messaggi, guardare foto, ascoltare vocali, canzoni e a riproporre “…ti ricordi…?” come in un rituale adolescenziale di resurrezione, ossesso e disperato – ricevendo in cambio uno sprezzante sberleffo.

Il passo terribile di dirsi finalmente “sì, sono in una relazione d’abuso” era stato come accorgersi improvvisamente di essere senza pelle. Non era caduta soltanto la sua maschera scellerata; era caduta la mia identità. Chi ero dunque io, a quel punto? La donna cui era stata insegnata la colpa per non essere stata degna di quell’amore immenso? O la donna abusata e umiliata abominevolmente?

La risposta era arrivata con il rumore della porta del centro antiviolenza che si apriva davanti a me. Ero senza pelle, la maschera era caduta, la regina (anzi, l’imperatrice, come la chiamavo io) era nuda nella sua ignobile miseria.

Non sarei mai più tornata indietro. Almeno pensavo. In realtà sono dovuti passare ancora due anni prima di andare definitivamente in no-contact.

Perché?

“Perché non la lasci?”

“Perché non la denunci?”

“Perché permetti che ti tratti così orribilmente?”

Rispondere è semplice, quasi banale nella sua ovvietà: “Già, perché? Sai che c’è, metto i paletti, giro i tacchi, me ne vado, la denuncio, punto-basta-fine.”

No. La risposta è più complessa di quanto possa sembrare a chi non ha mai vissuto, direttamente o indirettamente, questo tipo di violenza.

Quando spiego il “sortilegio” del legame tra un soggetto narcisista e la sua vittima, faccio spesso il paragone con la sindrome di Stoccolma. Lo faccio per comodità, perché è qualcosa di cui quasi tutti hanno sentito parlare. Spiega l’enciclopedia Treccani: la sindrome di Stoccolma è quel “particolare stato psicologico che può interessare le vittime di un sequestro o di un abuso ripetuto, le quali, in maniera apparentemente paradossale, cominciano a nutrire sentimenti positivi verso il proprio aguzzino che possono andare dalla solidarietà all’innamoramento”.

È un buon punto di partenza perché aiuta a smorzare sul nascere un comprensibile istinto a colpevolizzare la vittima (“se ci rimane nonostante tutto allora se lo vuole lei/lui, vuol dire che tanto fastidio non le/gli da”, ecc. ecc.).

La sindrome di Stoccolma insorge come meccanismo di sopravvivenza in una situazione in cui è a rischio l’incolumità o la vita stessa della vittima, che forgia una sorta di alleanza caratterizzata da solidarietà e totale sottomissione al suo carnefice. È una sindrome generata dal trauma del sequestro e/o dell’abuso ripetuto e chiunque si trovi in una situazione di sequestro e/o abuso la può sviluppare, indipendentemente dai propri tratti caratteriali, affettivi, stile di attaccamento, storia familiare, ecc.

La sindrome di Stoccolma la si può fare rientrare nel novero dei cosiddetti legami traumatici, ossia quei legami che si instaurano in relazioni non funzionali caratterizzate da un forte squilibrio di potere tra le parti.

Torniamo adesso alla relazione tossica con un soggetto narcisista. Anche nella relazione con un soggetto narcisista esiste un forte sbilanciamento di potere tra le parti. Il soggetto narcisista tende a controllare la quotidianità, le frequentazioni e le scelte di vita della propria vittima – non certo con modalità esplicite e becere da partner-padrone “tu fai come dico io se no ti meno”, ma tramite manipolazioni piuttosto sofisticate. Ne controlla la percezione della realtà tramite il famigerato gaslighting, il trasferimento della colpa e i “discorsi circolari”; ne controlla la percezione di se stessa e del proprio valore come persona e come partner tramite la triangolazione, la svalutazione, l’isolamento, il dog-whistling, la campagna di diffamazione. Ne controlla la capacità di autodeterminazione nell’ambito della relazione di coppia sfruttando biecamente la dipendenza biochimica che ha innescato tramite il cosiddetto ciclo d’abuso.


 

Cos’è il ciclo d’abuso?

Nelle fasi iniziali del corteggiamento e della relazione, il soggetto narcisista non si presenta certo con tutte le sue sciagurate credenziali in bella mostra. Come tutti, del resto: quando conosciamo qualcuno che ci piace e vogliamo corteggiarlǝ, cerchiamo di mostrarci al meglio e sottaciamo certe qualità che potrebbero renderci, come dire, meno attraenti. Magari non diciamo al primo appuntamento che russiamo come un trattore, o che quando ci mettiamo al volante ci trasformiano in un licantropo. Ma l’analogia con gli individui socialmente funzionali finisce qui.

Il narcisista non corteggia, sconvolge. Non si innamora, si infiamma di amore sovrumano e passione esplosiva (spoiler alert: finge). Non è una persona interessante, attraente, piacevole: è esuberante, irresistibile, magnetica. La sua preda non è la più bella del reame, è la creatura più straordinaria dell’intero universo. L’amore non germoglia, esplode. La relazione non fluisce, scorre precipitosa come le rapide dello Zambesi. In men che non si dica ci si ritrova a convivere, a fare progetti per il futuro, anzi per tutta la vita. L’intesa è assoluta, la sintonia è telepatica, la chimica è talmente intensa da lasciare senza fiato, senza sonno, senza fame. Si ha la sensazione di vivere di pura energia, di vibrare all’unisono con l’universo. Tutte le canzoni d’amore che siano mai state scritte diventano perfettamente calzanti. “Ma come ho fatto a pensare che fosse una lagna melensa? È perfetta, parla di noi… adesso lo so.” La creatività irrompe a colorare le giornate. Il sorriso prende la residenza fissa sul volto, gli occhi brillano, le mani tremano, le orecchie ronzano quasi come se si fosse sotto un… bombardamento. E di bombardamento infatti si tratta: è il famoso love bombing, il bombardamento d’amore.

“Non ho mai provato un amore così forte in vita mia”

“Quello che ci sta accadendo è un miracolo”

“Voglio vivere il resto dei miei giorni con te”

“Ti sembrerà folle, ma… io credo che ci siamo già incontrati in un’altra vita”

“Quando non ci sei mi sento morire”

Finalmente è arrivato il tanto atteso amore della vita. L’amore vero, quello sognato, visto nei film, ascoltato nelle canzoni e letto nei libri. Cosa può esserci di sbagliato in qualcosa di così divinamente meraviglioso?

Cosa c’è di imprudente in due persone adulte, consenzienti e consapevoli che decidono di dare una possibilità all’amore con la A maiuscola e bruciano tutte le tappe, perché chi ha tempo non aspetti tempo, perché certe occasioni non capitano due volte?

La risposta è semplice: tutto. Perché non è reale.

Questa “luna di miele” è progettata per durare poco e lasciare il posto alla desolazione. 

Un cosiddetto “narcisista consapevole” (internet ne è ormai pieno) ha spiegato che il love bombing altro non è che un test per capire se la preda è una buona preda, ossia se è una persona i cui confini personali, i cui “paletti” sono sufficientemente malleabili da potergli permettere gli abusi crudeli cui la sottoporrà da qui in poi.

Quando il narcisista sente conclusa la fase di conquista e la vittima inconsapevole ha capitolato, aprendosi totalmente, confidando i propri segreti più intimi e mostrando le proprie vulnerabilità, comincia quella che per la vittima sarà un’esperienza dolorosa, devastante, che le cambierà la vita per sempre. Gradualmente, centellinando frecciatine, piccole bugie, brevi momenti di silenzio/sparizione, il narcisista calibra il grado di tolleranza all’abuso della vittima, alternandolo a momenti di tenerezza per rinsaldare il legame. Successivamente l’abuso diventa sempre più prevalente e i momenti di tenerezza e passione diventano sempre più rari e spenti.

Non sono più battutine buttate lì, sono insulti umilianti, detti per colpirti là dove sei più vulnerabile, sono sfuriate spaventose; non sono piccole bugie, sono menzogne ben orchestrate; i momenti di silenzio diventano ore, giorni; le assenze inspiegate sempre più frequenti e plateali; i rari momenti insieme immancabilmente sabotati.

Chiederai conto e ragione, protesterai l’assurdità di questi comportamenti inaccettabili, esigerai chiarimenti e ti preparerai per una conversazione onesta, rispettosa, costruttiva. Non avrai nulla di tutto ciò. Alle tue richieste di spiegazioni ti sentirai rispondere qualcosa di assolutamente irrilevante. La tua sofferenza sarà colpa tua, perché sei troppo sensibile, perché la prendi troppo sul personale, perché non capisci, perché l’hai portatǝ tu a reagire e comportarsi in quel modo, perché ti stai inventando tutto: “io non ho mai detto/fatto nulla del genere, sei tu che ti stai inventando le cose perché sei bugiardǝ e cattivǝ”. Oppure “mi hai delusǝ, ti eri presentatǝ in un modo e invece ti stai rivelando tutta un’altra persona, se avessi saputo prima che razza di persona sei… non c’è paragone con [nome di un’ex a caso]”. I tuoi singhiozzi lǝ irriteranno o lǝ faranno ridere, le tue grida esasperate diventeranno il pretesto per accusarti di essere tu l’aggressivǝ.

Non sei più la creatura più straordinaria dell’universo intero. Sei un impiastro, indegno di quell’amore meraviglioso il cui ricordo ti osserva beffardo come un miraggio.

E come fai ad acchiappare un miraggio? Sconfini nel surreale, come surreale è, appunto, un miraggio. Chiedi perdono, riconosci i tuoi difetti e le tue colpe, accetti la sua versione dei fatti e ti assumi la responsabilità di aver provocato la sua reazione; svendi la tua dignità pur di tornare a toccare quel sogno.

E un bel giorno il sogno, il miraggio improvvisamente e inaspettatamente si lascia toccare. Lei/lui è di nuovo amorevole, passionale, presente. Questa volta non sbaglierai, non lǝ deluderai, non scatenerai la sua ira, non lǝ esaspererai con le tue richieste assurde.

Ma è così difficile non sbagliare. Non passa molto tempo che fai un altro errore imperdonabile e la sua ira si abbatte su di te. Questa volta sai già cosa fare: implorare il suo perdono perché non ti lasci.

E così si perpetua un ciclo spossante in cui, inesorabilmente, i momenti di amore e tenerezza si diradano e sbiadiscono divorati dall’incubo. Eppure tu rimani lì. Un bacio distratto, un abbraccio troppo breve ti bastano per “dimenticare”.

Uno spettatore esterno a questo punto si starà chiedendo: ma cosa aspetta a fuggire più veloce del vento?

La risposta è piuttosto complessa, qui mi soffermo sul concetto di dipendenza biochimica.

Nella fase di love bombing, quella sensazione di sconvolgimento pervasivo non è solo un’idea. Sentirsi inebriati di energia, sentirsi bruciare, vibrare, volare: sono sensazioni effettive perché nell’organismo sta realmente succedendo qualcosa. Il cervello sta rilasciando in quantità industriali le cosiddette molecole della felicità: ormoni e neurotrasmettitori come serotonina, ossitocina, dopamina. La dopamina è la molecola feel good della gratificazione, della ricompensa. Quella che rinforza determinati comportamenti perché danno piacere. Quella che porta a non riuscire a smettere. Quando si mette in atto un comportamento, o si vive una situazione, o si assume una sostanza (vedi la nicotina o la cocaina) che stimola il rilascio di dopamina, si avverte una sensazione di piacere e gratificazione a cui è pressoché impossibile rinunciare.

Nella fase di svalutazione ci si sente “mancare il terreno sotto i piedi”: l’abuso improvviso, inspiegabile, crudele e irrisolvibile causa, tra l’altro, l’innalzamento dei livelli di cortisolo (la molecola dello stress). Il livello di dopamina è pressoché azzerato, così come i livelli di energia; il gaslighting nel frattempo ha intaccato profondamente la percezione della realtà e la vittima, priva di energia e lucidità per comprendere cosa le stia succedendo, è in balìa di una vera e propria crisi di astinenza: l’unico suo bisogno è tornare ad assaporare l’euforia dei momenti di amore (no, non è amore, è dopamina).

L’alternarsi di momenti di amorevolezza (che, attenzione, molto difficilmente raggiungeranno i livelli della fase di love bombing) e di abuso cinico generano quel “rinforzo intermittente” che in breve tempo paralizza la vittima e la rende apparentemente “irragionevole” nel suo permanere in una relazione tossica devastante.

Anche quando, dopo cicli di abuso ripetuti ed eventualmente anche uno scarto “finale” da parte del narcisista, la vittima giunge alla consapevolezza e al riconoscimento della tossicità della relazione, l’uscita rimane un momento estremamente critico.

In questo contesto si sente parlare spesso di “dipendenza affettiva” della vittima, ed è un punto sul quale ritengo sia molto importante soffermarsi.

Abbastanza spesso, persone sopravvissute a relazioni d’abuso narcisistico raccontano di come si siano trovate in più di un’occasione a doversi districare da relazioni con soggetti narcisisti. Sovente ricorre l’amara constatazione: “evidentemente sono irresistibilmente attrattǝ da questi soggetti”, oppure “a quanto pare sono io che li attraggo”.

Ma cos’è che “attrae” un narcisista? Cosa fa scattare la decisione di selezionare una vittima invece di un’altra?

La statistica sembra confermare, tra le vittime di abuso narcisistico, una percentuale significativa di soggetti con tratti di dipendenza affettiva. In diversi casi, il percorso psicoterapico intrapreso dalle vittime in uscita da relazioni narcisistiche porta alla luce dinamiche familiari antiche disfunzionali, responsabili dell’insorgenza di detti tratti. In particolare, uno stile di attaccamento insicuro, la labilità dei confini personali, la tendenza a trascurare oltremodo i propri bisogni in favore di quelli altrui, il desiderio che sconfina in un bisogno di compiacere l’altro, l’evitamento del conflitto, la mancanza di abitudine all’assertività, l’esperienza quasi esclusiva di amore condizionato.

Si deve dunque dedurre che il soggetto narcisista “fiuti” queste “debolezze” e prenda di mira esclusivamente le persone dipendenti affettive? Assolutamente no.

Il soggetto narcisista adocchia le persone che potenzialmente possano procurargli rifornimento. Sono persone che reputa abbastanza attraenti, interessanti e di successo da poter esibire come trofei. Nel periodo di corteggiamento e love bombing le studia e ne identifica i punti deboli per adescarle più facilmente. Ne apprende le reazioni, i trigger e le vulnerabilità per servirsene poi nella fase di svalutazione. Le caratteristiche delle persone con tratti di dipendenza affettiva sono senz’altro appetibili perché rendono, ad esempio, il love bombing molto più efficace e molto meno faticoso – ricordiamo che il soggetto narcisista è solitamente un individuo con un atteggiamento parassitario che predilige situazioni che richiedano il minimo sforzo.

Ma diverse altre persone sopravvissute a relazioni d’abuso con soggetti narcisisti non hanno tratti di dipendenza affettiva, nè stili di attaccamento insicuri. Tristemente, l’abuso subìto ha semmai causato una dipendenza affettiva prima d’ora sconosciuta.

Nel contesto della domanda “perché mai si è invischiatǝ in quella situazione terribile e perché mai non ne vuole uscire?”, fare riferimento ai tratti di dipendenza affettiva descritti sopra rischia di tradursi in una vittimizzazione secondaria iniqua oltre che non accurata. Le caratteristiche di dipendenza affettiva non sono e non devono costituire una “spiegazione” del perché una persona sia finita nella rete di un predatore narcisista.

Sono, invece, un importante punto di riferimento nel percorso psicoterapico che è determinante (se non indispensabile) nell’assistere la persona ad uscire dalla relazione tossica. L’eventuale presenza di tratti di dipendenza affettiva deve dunque essere considerata uno strumento per codificare, non un pretesto per patologizzare e vittimizzare chi sta già vivendo un dramma ancora oggi compreso da pochi.

Che si faccia attenzione a non spostare il focus da chi l’abuso lo perpetra, con consapevolezza e intenzione, ed il cui disturbo di personalità non costituisce nè deve costituire un alibi o un’attenuante. 

Il mio pensiero finale va a chi, in questo momento, vive con angoscia una relazione paralizzante e distruttiva da cui non riesce a svincolarsi: se hai letto fin qui, hai già fatto un passo avanti. Ciò che hai subìto e stai subendo è reale, è orrendo, è iniquo. Hai il diritto di essere liberǝ. Ti regalo una frase che un giorno, durante il periodo più nero della mia esperienza, mi disse una persona a me cara: “So che adesso ti sembra impossibile ma credimi, un giorno ne uscirai e sarai forte come una tigre.”

Non sei solǝ.

(PS: aveva ragione).

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