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Laura Alfisi

Volontaria Associazione

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La psicoterapia: un viaggio in due

di Laura Alfisi – Volontaria La Voce per Eco ETS

Grazie, T., per essere stata “in viaggio con me”.

L’adesivo verde con il QR code recita “in viaggio con te”. Sono seduta sul treno per tornare a casa, con le dita congelate cerco di fissare i pensieri sul cellulare prima che scivolino via con la pioggia. “In viaggio con te”: quattro parole che significano sodalizio, procedere insieme, a volte fianco a fianco, a volte tu avanti ed io a seguire… ma alle volte mi viene la presunzione di credere che a condurre sia stata proprio io.
E no, non sto parlando di Trenitalia. Oggi pomeriggio, su un treno impudentemente in ritardo, sto tornando a casa dopo l’ultima seduta con la mia psicoterapeuta.
Avevo iniziato il percorso con T. cinque anni fa, in pieno lockdown e nel momento peggiore di una relazione d’abuso narcisistico che avrebbe segnato la mia vita in maniera spietata, determinante, irreversibile.
Il rinforzo intermittente, gli abusi fisici oltre che psicologici, l’isolamento pressoché totale di cui io, in piena dipendenza traumatica, ero semi-consapevolmente corresponsabile, il gaslighting mi avevano imprigionata in una dissonanza cognitiva che mi stava lentamente logorando nel corpo e nella mente.
Brancolavo nel buio, ma di una cosa ero certa: volevo essere aiutata.
All’epoca volevo essere aiutata a “diventare migliore”, a cambiare, a diventare più forte… per tornare ad essere la donna affascinante, forte, indipendente che aveva attratto la mia compagna, facendola innamorare follemente (a detta sua). Per fare ammenda di tutti gli errori che avevo commesso, i difetti (miei) che avevo svelato facendola disamorare e allontanare (a detta sua).

Oltre al senso del dovere (“dovevo” curarmi per rendermi di nuovo degna), la quantità e densità di traumi antichi da disseppellire e sviscerare garantivano interesse, motivazione e continuità da parte mia. Dunque ogni settimana prendevo la mia macchinina e attraversavo mezza città per andare a sedermi in quello studio. Peraltro era anche una delle rare occasioni in cui potevo intessere una conversazione sostanziosa, di quelle che piacciono a me, con qualcuno di persona. L’isolamento a cui mi aveva relegato la narcisista era pressoché assoluto: il suo lavoro di addestramento delle mie amiche, ormai sue scimmie volanti, era stato sapiente ed efficace. Il Covid, i lockdown, la polarizzazione delle opinioni in quegli anni aveva fatto il resto. E così l’appuntamento con T. era diventato il mio unico momento di interazione in presenza con un altro essere umano.

Di settimana in settimana, di mese in mese, di anno in anno, quel percorso in auto, sempre lo stesso e sempre diverso, mi ha vista piangere, ridere, urlare di rabbia, tremare di angoscia e gongolare di speranza. E T.? Sempre lì, seduta di fronte a me: un porto sicuro, una presenza costante di cui ero grata ma amaramente convinta essere transazionale: “è l’unica persona che mi ascolta e con cui posso parlare senza sentirmi giudicata, e lo fa perché la sto pagando.” 

I primi tempi in realtà non posso dire che “vedessi” realmente T. in quanto psicoterapeuta. Andavo lì a riversarle addosso tutte le mie angosce, aspettandomi una formula magica che mi “guarisse”, ma senza mai realmente ascoltare. I primi anni sguazzavo nell’ambivalenza: in studio con lei parlavamo di ritrovare il mio centro, affrancarmi dalla dipendenza, tornare a “vedermi”. Appena uscivo controllavo freneticamente il cellulare nella speranza di trovare un messaggio di lei, della ormai ex/non-ex/oggi-mi-servi-domani-no/se-ti-comporti-bene-forse-torniamo-insieme. A volte terminavamo la seduta con propositi più che buoni, ottimi, eccellenti, rivoluzionari… che si sgretolavano al primo suono di notifica. Credo che T. sapesse che, in quella fase, non poteva che essere così. In quel periodo l’idea del no contact era inimmaginabile, la parola fine era indicibile – così come era impronunciabile il concetto di amore sano e reciproco, men che meno quello di gioia o felicità. “Non voglio essere felice, se essere felice significa stare senza di lei.”

E così gli abusi proseguivano, riferiti minuziosamente tra lacrime e parole tagliate dalla disperazione. Il mio spazio interiore era desertificato, immobile, muto. La mia casa era una prigione le cui mura mi si chiudevano addosso ogni sera. I suggerimenti discreti di T. erano boe solitarie, per lo più ignorate. Ma avevo fiducia nella terapia. Avevo fiducia in T. Anche se quella roba bizzarra inizialmente mi convinceva poco e mi faceva per lo più girare gli occhi (era EMDR), avevo scelto di fidarmi.

“Il cervello continua a lavorare tra una seduta e l’altra, non si preoccupi, lo comincerà a notare presto.” Era vero. Lentamente cominciavo a notare piccoli movimenti nella mia percezione – di me stessa, del mio passato, della narcisista e della mia situazione presente. Con un andamento snervante, incostante, spesso a me incomprensibile e senz’altro troppo lento per i miei gusti – le mie parti cominciavano a dialogare, ad “integrarsi” come dicono gli esperti, a tracciare un sentiero su cui Laura poteva tornare a sentire e sentirsi. 

Ed è stato allora che, dal lasciarmi condurre per mano con la fiducia disperata di chi delira dal dolore, sono passata a quello che, da profana, definisco “collaborazione attiva” con T. Avevo nel frattempo scoperto che quell’orrore indescrivibile aveva un nome, abuso narcisistico; dunque le nostre sedute diventavano simposi nei quali io snocciolavo tutta contenta le mie scoperte e le mie considerazioni… e le osservazioni di T. cominciavano a risuonarmi. Era come se stessimo tessendo insieme una (mia) nuova consapevolezza: un lavoro a quattro mani sul telaio della fiducia. Non avevo più l’urgenza di non soffrire più, o di “cambiare” per riconquistare la narcisista. Stavo cominciando invece a riconquistare me stessa. Una seduta dopo l’altra, un libro dopo l’altro, un chilometro dopo l’altro (nel frattempo avevo cominciato a correre, ma questa è un’altra storia), a tenere Laura per mano cominciavo ad essere io.

Quelli che son venuti dopo sono stati mesi di rinascita, di idee, progetti, balzi in avanti e sì, anche qualche scivolone imbarazzante. Ma non mi sono più voltata indietro. E la ex un bel giorno è rimasta ex, per mia decisione. 

T. Non mi ha mai chiesto di andare in no contact. Non mi ha mai suggerito che questo o quel dato momento potesse essere l’occasione giusta per prendere quella strada. Ha sapientemente (e pazientemente) aspettato che prendessi io la decisione, appropriandomene completamente. Non mi ha rifilato la pozione magica per “aggiustarmi la testa” in quattro e quattr’otto. Mi ha aiutata a riappropriarmi, forse per la prima volta, di me stessa e del mio percorso. Di questo, come di tutto il resto, le sarò sempre riconoscente. Sedersi insieme a tessere quel telaio di consapevolezza, integrazione, centratura è stata l’esperienza più trasformativa, risanante e di rinascita che avessi mai potuto sperare di vivere. È stata facile, rapida e indolore? Assolutamente no. Al contrario, è stata molto spesso estenuante, destabilizzante, implacabile. Ma ne è valsa la pena, fino all’ultimo. Perché è stato un viaggio di impegno e responsabilità  e di conquiste  condivisi. 

Per chi è ostaggio di una relazione d’abuso narcisistico e si chiede se la psicoterapia possa essere realmente uno strumento valido per districarsi dalla nebbia della dipendenza traumatica/biochimica/affettiva, la mia risposta è: assolutamente sì. Scegliete con cura l’approccio che risuona meglio con la vostra sensibilità, considerate il percorso come un cammino a due, fidatevi ed affidatevi nella consapevolezza che la co-responsabilità non comporta solo un peso condiviso, ma anche una vittoria condivisa. Le psicoterapeuta è lì per voi, per camminarvi accanto, imparare e crescere insieme, e consegnarvi alla fine il dono più importante: voi stesse.

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