di Barbara Nocella – Psicologa
“Amore distruttivo: il monologo silenzioso di chi non riesce a urlare”
C’è chi vive trattenendo il respiro, come se ogni giorno fosse una corsa sulle montagne russe: si sale lentamente, con la speranza nel cuore, per poi precipitare nel vuoto senza neanche accorgersene. Così vivono in silenzio molte persone intrappolate in relazioni tossiche, affettivamente distruttive. Relazioni che all’esterno sembrano “normali”, ma che all’interno sono vere e proprie prigioni emotive.
Ecco un piccolo stralcio di monologo di una di queste donne:
“Non posso e non voglio raccontare a nessuno quello che provo”, sussurra la voce narrante di una confessionetanto intima quanto straziante. Una voce che parla da dentro, dal luogo dove il dolore si nasconde per paura di non essere compreso o, peggio, giudicato.
Ogni parola è una ferita che pulsa ancora; l’illusione dell’amore si è trasformata in una trappola: un meccanismo psicologico fatto di sensi di colpa, autoaccuse, giustificazioni. “Avrei potuto fare di più”, “non avrei dovuto lamentarmi delle sue urla”, dice.
Il convincimento chela colpae’ la propria se lui la ignora, se preferisce gli amici, se la disprezza apertamente. Anche quando le parole diventano grida, anche quando la rabbia esplode e si imprime sul suo volto, lei continua a chiedersi: “E se fossi io quella sbagliata?”
E intanto piange. Ogni giorno. Promettendo a se stessa che sarà più accomodante, che cercherà di non infastidirlo, che proverà ad essere quella donna che lui amava — o forse, che lei credeva che lui amasse. La realtà, però, è un’altra. È che quel Principe Azzurro non è mai esistito, se non nella sua mente. La speranza di sentirsi amata si è rivoltata contro, portandola a smarrire sé stessa. Oggi, davanti allo specchio, non si riconosce più.
Questa narrazione riflette un chiaro stato di dipendenza affettiva, una condizione in cui la persona basa il proprio valore personale sul riconoscimento dell’altro. Si manifesta con frasi come: “Avrei potuto fare di più”, “non avrei dovuto lamentarmi delle sue urla”. La vittima si sente colpevole anche delle violenze subite, giustifica l’aggressore e cerca costantemente di “sistemare” le cose, assumendosi il peso di una relazione sbilanciata e abusante.
Questo atteggiamento è spesso alimentato da distorsioni cognitive, meccanismi mentali di dissonanza, che portano a giustificare anche l’ingiustificabile.. Ad esempio: “d’altronde lavora tutto il giorno, non è poi così grave se vuole uscire con gli amici invece di stare con me”. Minimizzare, negare, colpevolizzarsi: tutti segnali di una mente che ha perso anche il principio di realtà e quindi la capacità di distinguere tra amore e sopraffazione.
Chi vive una relazione tossica è spesso intrappolato nel ciclo dell’abuso, una sequenza di fasi che si ripetono: tensione, esplosione (verbale o fisica), riconciliazione (con momenti “dolci” o promesse), e apparente calma. È proprio in quei brevi momenti di tregua che si riaccende la speranza: “prometto a me stessa che la prossima volta sarò più accogliente”, scrive la protagonista. Ma quel cambiamento non arriva mai, e ogni volta lascia dietro di sé una ferita in più.
Il risultato? Una progressiva perdita dell’identità personale. “Non mi riconosco più davanti allo specchio”, afferma. Il suo sorriso ha lasciato il posto alla disperazione. La sua immagine mentale è sfocata, come se non riuscisse più a distinguere chi è, cosa desidera, cosa merita. L’autostima viene corrosa lentamente, fino a sparire.
In relazioni caratterizzate da controllo, gaslighting, umiliazioni o manipolazioni, la persona perde progressivamente autonomia psicologica. I confini personali vengono violati e la propria identità si modella attorno ai bisogni dell’altro.
La perdita dell’identità personale non è la fine di una individuo, ma un segnale profondo di disagio, di cui è urgente farsi carico come punto di partenza per ricostruire sé stessi ,un atto di coraggio, che può partire da domande semplici ma potenti come queste
Chi sono io, al di là di ciò che gli altri si aspettano da me?
Cosa desidero davvero, senza paura di essere giudicato/a?
Quando ho smesso di ascoltarmi?
Quali parti di me ho sacrificato per compiacere qualcuno?
Cosa mi fa sentire vivo/a?
Cosa posso fare, oggi, per tornare a me stesso/a?
Chi voglio diventare, se mi libero da ciò che mi opprime?
Ogni passo verso di te è un atto d’amore. Ogni “no” che dici a ciò che ti annulla è un “sì” alla tua libertà.
E non serve fare tutto oggi. Basta iniziare.

